Nell’era della digitalizzazione, la tecnologia sta ridefinendo i confini della sanità e delle cure territoriali. Un pioniere in questo campo è il Dott. Raffaele La Regina, farmacista esperto nella conduzione di farmacie territoriali e nello sviluppo di progettualità volte a realizzare l’integrazione delle cure ospedale-territorio attraverso strumenti di digital health. Con un background professionale ricco e diversificato, ha trasformato la sua farmacia in un centro di eccellenza per i pazienti cronici, implementando tecnologie avanzate che vanno dall’elettrocardiogramma alla telemonitoraggio domiciliare. In questa intervista, ci racconta il suo percorso, le sfide incontrate e le innovazioni che stanno rivoluzionando il ruolo del farmacista.
Dott. La Regina, ci parli del percorso professionale che l’ha condotto in questo settore
Prima di lavorare in farmacia, ho lavorato per 10 anni al 118: ho fatto prima l’autista, poi il tecnico di elisoccorso. Nel mondo dell’emergenza in cui ho lavorato, le tecnologie sono all’ordine del giorno per trasmettere dati alle centrali e monitorare i pazienti. Successivamente, sono diventato farmacista e ho conseguito due master in gestione economica, uno in Pharmacy Management e uno in Amministrazione, Finanza e Controllo di Gestione.
Come è diventato un punto di riferimento della tecnologia in ambito sanitario?
Con il tempo, mi sono accorto della cattiva esperienza della sanità territoriale: i pazienti non riuscivano ad ottenere i loro percorsi di cura, né le visite di cui necessitavano. Poi, nel 2009 è stata introdotta la legge della Farmacia dei Servizi, che permetteva alle farmacie di utilizzare tecnologie per gli esami, da quelli ematici a quelli delle urine, sino al monitoraggio dei parametri cardiovascolari. Così, ho avviato uno studio clinico dove la farmacia diventava il centro erogatore dei servizi per i pazienti diabetici che dovevano ottemperare il loro percorso di cura.E io mi sono reso conto, matchando praticamente il pathway del paziente con quello del Servizio Sanitario Nazionale, che tre quarti delle prestazioni potevano essere fatte in farmacia. E quindi cominciai a lavorare su questo filone dedicato ai servizi.
Quali tecnologie in ambito sanitario ha iniziato ad utilizzare per i suoi pazienti?
A questi pazienti facevamo esami del fondo oculare con un robot che scattava le foto delle retine e le mandava poi a refertare o effettuavamo elettrocardiogrammi refertati in tempo reale dai cardiologi. Inoltre gli esami ematici in loco offrivano ai pazienti la possibilità di effettuarli in qualsiasi momento, garantendo un accesso continuo ai servizi diagnostici e un’assistenza sempre disponibile. Così, ben presto, questo modo di ragionare è diventato il nostro modello operativo quotidiano.
Qual è l’area di specializzazione della sua farmacia?
Noi ci occupiamo solo ed esclusivamente di pazienti cronici: se entri nella mia farmacia, non troverai nemmeno un prodotto cosmetico, ma tecnologie che utilizziamo tutti i giorni e che ci servono a svolgere le nostre attività, come per esempio il fondo dell’occhio, gli esami del sangue, l’elettrocardiogramma, dei sistemi veri e propri di telemonitoraggio dove il paziente effettua le rilevazioni a casa sua con l’apparecchio della pressione. E tutti questi dati, poi, ci arrivano in centrale. Queste possono sembrare più mansioni da medico. In realtà, a noi queste attività servono per fare appropriatezza prescrittiva, ovvero per capire se il paziente è aderente alla terapia: ci permette di ottenere delle informazioni in più sulla persona, ad esempio se assume regolarmente i suoi farmaci. Ogni paziente ha dei target clinici da raggiungere e, se dal monitoraggio risultasse fuori soglia, vorrebbe dire che quella strategia terapeutica non è adatta a raggiungere l’obiettivo.
In questo senso, viene completamente rivoluzionato il classico ruolo del farmacista?
Assolutamente sì. La nostra è una professione che ha risposto sempre agli stimoli evolutivi: prima c’era il farmacista preparatore, quello che preparava i farmaci officinali, poi si è passati al farmacista dispensatore, che somministra i farmaci già confezionati, fino al farmacista counselor, che si occupa del benessere e della bellezza. Oggi c’è bisogno di una sanità maggiormente territoriale e questo aspetto è stato evidente durante l’emergenza Covid: i modelli tradizionali sono crollati nel momento in cui gli ospedali non erano più accessibili, per questo adesso si parla tanto di rilancio della sanità territoriale. Non mi stupirei se un domani il farmacista diventasse un case manager che prende in carico un dato paziente cronico e lo guida nel suo percorso di cura.
In che modo le farmacie stanno implementando queste tecnologie, mettendosi al passo con i tempi?
Ad oggi, si stanno cominciando a diffondere i servizi di telemedicine analitici, che permettono alle farmacie di erogare determinate prestazioni gratuite per il paziente e che servono a vedere l’impatto che può avere l’accessibilità ai servizi da parte dei cittadini. Questa sperimentazione durerà fino al 31 dicembre 2024 e, in questo caso, molte farmacie si sono messe in gioco. È chiaro che bisogna evitare assolutamente quello che io chiamo il modello “cadaveri”, per cui si acquistano attrezzature che non verranno mai utilizzate. L’errore che bisogna evitare è pensare che i servizi si vendano da soli: le farmacie devono cambiare orientamento e lo scenario che si sta prospettando favorirà questo cambiamento. È necessario passare da un’ottica prodotto-centrica, dove il focus è il prodotto, ad un’ottica paziente- centrica, perché è qui che andiamo a realizzare il nuovo sell out, cioè focalizzandoci sul paziente, creando un mix di servizi, prodotti e consulenze.
Qual è la sfida in generale più grande che ha incontrato nell’adottare queste nuove tecnologie?
Nel mio caso, mi sono affidato ai migliori partner tecnologici sul mercato. E, soprattutto, l’altra fortuna è che lavorando nell’entroterra ho avuto subito il benestare non solo dei pazienti, perché il bisogno di assistenza è elevatissimo, ma anche e soprattutto della medicina di base specialistica. C’è sempre stato rispetto dei profili professionali, nessuno scavalca nessuno, e si è avviata questa buona collaborazione che ci ha permesso di lavorare con continuità. Ovviamente, la sfida più grande è sicuramente la diffusione e poi la gestione di questo modello che va ad ingrandirsi sempre di più: ci vuole più personale competente, come sono necessari anche maggiori spazi: noi, per esempio, ci stiamo trasferendo da una sede di 35 mq ad una sede di 200 mq.
In questo senso, la formazione sarà sicuramente un aspetto fondamentale, soprattutto nell’utilizzo di queste tecnologie
Assolutamente sì. Molta formazione io l’ho fatta direttamente sul campo: se uno specialista mi ha strappava un determinato referto, io andavo e chiedevo con tanta umiltà quale fosse il problema, gli chiedevo di insegnarmi.
Molta formazione passa anche per la ricerca e poi la scelta delle tecnologie da utilizzare
È così. La scelta del dispositivo varia anche in funzione di quello che dobbiamo andare a cercare: così, mano mano che abbiamo lavorato su una standardizzazione del nostro processo, abbiamo imparato a scegliere i dispositivi giusti a seconda di quello che ci veniva richiesto. La cosa più importante è sicuramente il confronto con la classe medica e con gli altri specialisti perché è questo aspetto a dare dei feedback importanti. Noi regolarmente facciamo dei focus group con i pazienti, con gli specialisti, con gli operatori degli sportelli, dei distretti sanitari, proprio per capire quali problematiche riscontrano.
Qual è la reazione dei clienti alle tecnologie che utilizza nella sua farmacia? Trovano più facile o difficile interagire con la farmacia grazie all’introduzione di queste tecnologie?
Il cittadino ha imparato a riapprezzare la farmacia dopo il Covid, perché eravamo l’unica struttura sanitaria aperta e quindi dovevano venire per forza da noi. In questo contesto, hanno compreso il valore di quello che facciamo. Indubbiamente, ci sono persone ferme all’idea che determinate attività debba farle solo il medico, con la conseguenza che alcuni risultano ancora diffidenti su un elettrocardiogramma fatto in farmacia. Ma questo vale fino a quando non salvi una vita e a quel punto cambia l’atteggiamento. Con i servizi di telecardiologia salvi vite tutti i giorni: mio papà si è salvato con un ECG fatto da remoto.
Secondo lei quali tecnologie di quelle emergenti avranno un impatto maggiore sulla professione del farmacista da qui a per esempio 10 anni?
Da qui a 10 anni, sicuramente si diffonderanno i servizi di telemedicina, ma molto farà la formazione dei farmacisti. Credo sia importante e fondamentale prevedere dei percorsi di formazione ad hoc che vadano a standardizzare le modalità di erogazione dei servizi. Sicuramente si diffonderanno queste tecnologie legate alla tele-refertazione, non so che ruolo avrà il telemonitoraggio domiciliare, perché in fondo in fondo nemmeno l’SSN sa bene che cosa vorrà fare, ma la cosa più importante per continuare a lavorare in questa direzione e far emergere sempre di più l’importanza di queste tecnologie è sicuramente quella di trovare un’allocazione al farmacista nel SSN, trovando una chiara definizione dei ruoli e delle competenze. È necessario che ci sia tra le varie classi professionali un mutuo riconoscimento, altrimenti si tenderà sempre ad avere una porzione di medici entusiasti del supporto che possono dare i farmacisti e un’altra che continuerà ad essere scettica.









